Secondo Sergey Nazarov, la DeFi è molto più vicina al mainstream di quanto immaginiamo
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L’impressione diffusa è che la finanza decentralizzata sia ancora un territorio pionieristico, un laboratorio popolato da esperimenti, protocolli emergenti e frammenti di futuro non ancora integrati nella struttura portante dell’economia reale. Eppure, secondo Sergey Nazarov, cofondatore di Chainlink, questa percezione è più distante dalla realtà di quanto si creda. Durante una conversazione approfondita con Michaël van de Poppe, fondatore di MN Capital, Nazarov ha proposto una lettura radicale del momento storico in cui ci troviamo: non siamo agli inizi, ma a circa il 30% del percorso che conduce la DeFi all’adozione globale.
Una dichiarazione che pesa, soprattutto considerato il ruolo di Chainlink come principale infrastruttura di oracoli decentralizzati, ponte essenziale tra blockchain e mondo esterno. Ma cosa significa davvero essere già “un terzo del cammino”? E quali elementi mancano per far scattare la transizione definitiva da ecosistema sperimentale a sistema finanziario globale, riconosciuto e integrato?
La risposta, per Nazarov, è sorprendentemente semplice e complessa allo stesso tempo: tutto ruota attorno a chiarezza normativa, integrazione istituzionale e scala del capitale.
Il nodo normativo: la DeFi cresce, ma la legge non corre alla stessa velocità
Secondo Nazarov, la DeFi potrebbe raggiungere rapidamente circa il 50% di penetrazione mondiale non appena si creeranno le condizioni regolamentari minime per definire in modo chiaro la sua affidabilità. In altre parole, non basta avere strumenti innovativi, non basta avere liquidità, non basta avere protocolli all’avanguardia. Per compiere il salto di scala serve l’elemento che, nella storia della finanza, ha sempre trasformato le tecnologie in economie: la certezza del diritto.
La lettura di Nazarov si allinea con quella di Michael Egorov, fondatore di Curve Finance, che già quest’anno aveva messo in evidenza come i principali ostacoli alla diffusione della DeFi siano:
- ambiguità normativa,
- requisiti di conformità come KYC e AML,
- problemi strutturali legati a liquidità, trasparenza e sicurezza.
La DeFi cresce più veloce di qualunque legislatore. Ma quando la legge rincorre, lo fa spesso con schemi concettuali nati in un mondo centralizzato, non adatti a comprendere logiche peer-to-peer, governance algoritmiche, protocolli automatizzati e strumenti finanziari programmabili.
Nazarov non dice che serve una regolazione “pesante”. Al contrario. Serve chiarezza, cioè una cornice minima che renda i protocolli affidabili agli occhi delle istituzioni e del grande capitale. Una regolazione che definisca responsabilità, limiti, diritti, diritti di recesso, trasparenza dei rischi. Una regolazione che permetta a un fondo pensione di allocare una percentuale del proprio capitale in protocolli DeFi senza trovarsi esposto ad ambiguità potenzialmente disastrose.
Il detonatore possibile: una regolamentazione statunitense chiara
È in questo punto che entra in gioco l’analisi geopolitica di Nazarov. La DeFi è globale per definizione, ma la regolamentazione statunitense, per ragioni storiche e strutturali, è il vero baricentro dell’innovazione finanziaria.
Nazarov afferma senza esitazioni che la svolta avverrà proprio negli Stati Uniti, perché “molti governi seguono ciò che fanno gli Stati Uniti perché vogliono essere compatibili con il sistema finanziario statunitense”. Non è una visione ideologica, ma un dato pragmatico: il dollaro resta la valuta dominante; Wall Street resta la piazza più grande e liquida; l’infrastruttura dei pagamenti globali passa ancora da snodi statunitensi.
Quando Washington definirà un quadro chiaro per la DeFi, l’onda si propagherà a livello internazionale.
Nazarov non è l’unico a pensarla così. Le sue parole risuonano con le osservazioni di Michael Selig, consulente capo della SEC per le criptovalute, che ha recentemente dichiarato che il concetto stesso di “DeFi” è spesso abusato. Secondo Selig, la vera domanda non è se un’applicazione “si definisce DeFi”, ma se presenta le caratteristiche tecniche di un sistema decentralizzato e fino a che punto coinvolge intermediari.
È una linea di ragionamento che potrebbe favorire una regolazione più moderna, meno “nominale” e più tecnica. Esattamente ciò che manca per far entrare la DeFi nella sfera della finanza istituzionale.
Il punto di svolta: quando la DeFi diventa un luogo naturale per il capitale istituzionale
Una volta che le istituzioni avranno un percorso chiaro per allocare capitale nella DeFi, Nazarov prevede un’accelerazione esponenziale. La partecipazione globale, secondo lui, potrebbe arrivare rapidamente al 70%.
Perché proprio il 70%? Perché la DeFi, nel suo ideale compimento, non è una “nicchia di appassionati”, ma un nuovo strato dell’infrastruttura finanziaria globale, che sostituisce gradualmente intermediari inefficienti con protocolli automatizzati, trasparenti e verificabili in tempo reale.
Quando gli istituti finanziari potranno operare in ambiente DeFi senza rischio normativo, allora inizierà il vero spostamento di capitale. E qui Nazarov inserisce un elemento chiave: la scala.
La DeFi diventerà “mainstream” solo quando il pool di capitali crescerà abbastanza da essere confrontabile con la TradFi. Oggi la distanza è ancora enorme, ma la direzione è chiara: trasparenza, velocità, automazione, interoperabilità. Caratteristiche difficilmente replicabili nei sistemi tradizionali.
È a questo punto che Nazarov introduce la visione più potente della sua analisi: la DeFi sarà completamente integrata quando i report finanziari globali inizieranno a includere grafici ufficiali che mostrano la quota di capitale istituzionale allocata nei protocolli DeFi rispetto ai sistemi TradFi. Grafici che oggi sembrano futuristici, ma che secondo Nazarov saranno la normalità entro il 2030.
Perché il 2030 è l’anno chiave
Il 2030, per Nazarov, non è una data simbolica. È la proiezione logica di una tendenza già in atto.
Il rapporto tra stablecoin e mercato della tesoreria statunitense è ancora piccolo, certo, ma cresce in modo costante. La tokenizzazione del debito, degli asset reali e dei flussi di pagamento è diventata un’agenda globale. BlackRock, Franklin Templeton, HSBC, Citi: tutti i più grandi attori della finanza stanno sperimentando infrastrutture blockchain per ridurre costi, eliminare intermediari, aumentare la trasparenza e accedere a un pubblico più ampio.
In questo contesto, la DeFi non è più percepita come l’alternativa radicale al sistema tradizionale, ma come il prossimo strato di efficienza del sistema stesso.
Il 2030 diventa quindi l’anno in cui:
- le infrastrutture saranno mature;
- i protocolli saranno consolidati;
- le regolamentazioni saranno più chiare;
- le istituzioni avranno adottato standard interoperabili;
- la tokenizzazione degli asset avrà raggiunto un volume comparabile ai mercati di capitali.
Il 2030 non è un punto di arrivo, ma un punto di convergenza.
Il boom della DeFi già in corso: i prestiti decentralizzati esplodono
Mentre le discussioni normative procedono lentamente, l’economia della DeFi continua a svilupparsi con un ritmo impressionante. Secondo Binance Research, i protocolli di prestito DeFi hanno già registrato nel 2025 una crescita superiore al 72%, passando da 53 miliardi a oltre 127 miliardi di valore totale bloccato.
Questa crescita non è casuale. Segnala che i mercati DeFi stanno già intercettando:
- esigenze di liquidità istantanea,
- esigenze di garanzie verificabili,
- opportunità di yield automatizzato,
- strategie di market-making più trasparenti,
- modelli di collateralizzazione non replicabili nei sistemi tradizionali.
La finanza decentralizzata, cioè, non cresce “per speculazione”, ma perché offre funzionalità reali, nuove e più efficienti rispetto ai circuiti tradizionali.
Dalla sperimentazione alla maturità: il futuro della DeFi non è più astratto
Il quadro che emerge dalle parole di Nazarov non è utopico. È sistemico. La DeFi non sarà un mondo parallelo, ma una evoluzione dell’infrastruttura finanziaria mondiale, resa possibile da alcune sue proprietà fondamentali:
- programmabilità del rischio,
- trasparenza dei flussi,
- riduzione delle asimmetrie informative,
- interoperabilità tra sistemi,
- resilienza distribuita,
- assenza di singoli punti di fallimento,
- accesso globale senza barriere geografiche.
La visione di Nazarov non immagina una DeFi “contro” la TradFi, ma una DeFi che diventa la nuova forma in cui la finanza, nel suo complesso, si evolve.
È la logica della tecnologia: ciò che oggi è innovazione, domani diventa infrastruttura. È accaduto con Internet, con il mobile, con il cloud. Accadrà con la DeFi. La differenza è che questa volta la trasformazione avviene dentro l’ossatura stessa del sistema finanziario mondiale.
Un terzo del percorso è già alle nostre spalle
Se Nazarov ha ragione, la nostra percezione del tempo è distorta. Un terzo del viaggio è già stato compiuto, e spesso non ce ne rendiamo conto perché siamo ancora immersi nel linguaggio della sperimentazione.
La DeFi non è più un fenomeno marginale. È un movimento in accelerazione, una nuova grammatica finanziaria che sta riscrivendo il rapporto tra capitale, rischio, trasparenza e accesso. E se la regolamentazione statunitense costituirà davvero l’innesco previsto, potremmo trovarci di fronte a un decennio in cui la DeFi diventerà finalmente mainstream, con volumi, istituzioni, investitori e governi che ne faranno un elemento stabile dell’economia globale.
Nazarov chiude con una visione concreta: entro il 2030 vedremo grafici ufficiali che confrontano la percentuale di capitale istituzionale allocata in DeFi con quella dei sistemi TradFi. Quando accadrà, sapremo che la transizione sarà compiuta.




