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THORChain dice no a Bitget mentre l’hacker converte milioni di Ether in Bitcoin

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THORChain dice no a Bitget mentre l’hacker converte milioni di Ether in Bitcoin

Il caso Bitget continua ad allargarsi e, dopo il maxi attacco informatico del 24 settembre, apre ora un nuovo fronte sul rapporto tra decentralizzazione, sicurezza e responsabilità delle infrastrutture blockchain. Al centro della vicenda c’è THORChain, protocollo decentralizzato che consente di scambiare criptovalute appartenenti a reti diverse senza passare attraverso un exchange centralizzato. Bitget ha chiesto al network di impedire l’operatività degli indirizzi collegati all’attaccante, ma la richiesta è stata respinta.

Secondo i dati on-chain analizzati da CoinDesk, un wallet riconducibile all’hacker ha utilizzato THORChain per convertire circa 2.390 Ether in 75,2 Bitcoin, per un controvalore di circa 6,3 milioni di dollari. Le operazioni sarebbero state eseguite attraverso 27 swap completati con successo, mentre ulteriori transazioni risultavano ancora in sospeso al momento della rilevazione. I trasferimenti sono stati effettuati in più tranche, prevalentemente da circa 100 ETH ciascuna, una modalità che consente di distribuire l’operazione nel tempo e ridurre l’impatto di eventuali limiti di liquidità.

La vicenda nasce dal grave attacco subito da Bitget il 24 settembre, che avrebbe provocato perdite per circa 387,5 milioni di dollari. Dopo l’incidente, l’exchange ha pubblicato gli indirizzi riconducibili all’attaccante e ha promosso iniziative per bloccare o recuperare i fondi sottratti, arrivando anche a offrire una ricompensa pari al 5 per cento delle somme recuperate attraverso interventi ritenuti idonei. La società ha inoltre chiesto direttamente a THORChain di rifiutare le operazioni provenienti dagli indirizzi segnalati.

Il protocollo ha però difeso il proprio modello permissionless. La sua posizione è che gli strumenti di emergenza disponibili servano a proteggere l’infrastruttura nel suo complesso e non siano progettati per congelare selettivamente un singolo wallet o una specifica transazione. THORChain può interrompere gli swap sull’intera rete o limitare temporaneamente l’attività relativa a una determinata blockchain, ma una misura di questo tipo avrebbe effetti anche sugli utenti estranei alla vicenda.

È proprio questo il nodo che rende il caso particolarmente rilevante. I protocolli decentralizzati nascono per funzionare senza un’autorità centrale capace di autorizzare o vietare singole operazioni. Questa caratteristica aumenta la resistenza alla censura, ma può diventare problematica quando le stesse infrastrutture vengono utilizzate per spostare fondi provenienti da un furto già identificato. Nel caso di THORChain, gli swap restano comunque visibili sulla blockchain e quindi tracciabili dagli analisti, ma la possibilità di passare rapidamente da Ether a Bitcoin rende più complesso l’intervento degli exchange centralizzati e delle società che cercano di bloccare gli asset.

La decisione di THORChain assume ulteriore peso perché il protocollo, in passato, ha già utilizzato strumenti di emergenza per sospendere temporaneamente parte delle proprie attività. A maggio, dopo un attacco ai suoi vault da circa 10,7 milioni di dollari, il network aveva fermato il trading mentre veniva analizzata e corretta la vulnerabilità. La differenza, secondo la linea sostenuta dal progetto, è che in quel caso era direttamente minacciata l’infrastruttura di THORChain, mentre oggi Bitget chiede al protocollo di intervenire su fondi rubati a un soggetto esterno.

Il caso mostra così una delle contraddizioni più difficili dell’ecosistema crypto. Più una rete è realmente decentralizzata e resistente alle interferenze, più diventa complesso introdurre strumenti selettivi di blocco senza modificare la sua natura. Allo stesso tempo, la crescita del settore e l’aumento degli attacchi informatici stanno rendendo sempre più urgente il confronto su responsabilità, controlli e strumenti di intervento. La vicenda Bitget potrebbe quindi diventare un nuovo punto di riferimento nel dibattito su dove debba fermarsi la neutralità tecnologica e dove debba iniziare la tutela concreta degli utenti. In gioco non c’è soltanto il recupero di centinaia di milioni di dollari, ma anche la definizione pratica dei confini entro cui una rete decentralizzata può restare neutrale senza trasformarsi, indirettamente, in uno strumento utile a chi tenta di sottrarre gli asset ai controlli.

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