Fine del sogno crypto: Bitcoin e Tether tra illusione e rischio sistemico
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Il soggetto è il sogno infranto della libertà finanziaria promessa dal mondo cripto. Per anni, il bitcoin è stato presentato come la moneta del futuro, capace di liberarci dal controllo dei governi e delle banche centrali, sottraendo la ricchezza al potere politico. Parallelamente, l’amministrazione Trump ha scommesso che le stablecoin, ossia criptovalute ancorate al dollaro, potessero attirare capitali esteri e diventare una fonte alternativa per finanziare l’enorme debito pubblico americano. Entrambi questi sogni sono nati dalla crescente diffidenza verso le valute fiduciarie, considerate fragili, manipolabili e alla mercé delle scelte delle banche centrali. Ma la realtà ha mostrato che la fuga dal vecchio sistema non porta automaticamente a un sistema migliore.
Il bitcoin ha dimostrato quanto possa essere instabile come strumento monetario. Dal massimo di 125.000 dollari del 6 ottobre è crollato a 82.500 dollari, perdendo quasi un terzo del suo valore. Secondo Paul Donovan, capo economista di UBS, se fosse una valuta reale, questo crollo avrebbe generato un’inflazione del 900%, un dato incompatibile con qualunque economia. È dunque evidente che il bitcoin non possa svolgere il ruolo di moneta stabile, ma resti un asset speculativo, capace di arricchire alcuni ma inadatto a regolare i prezzi di una società.
La sua caduta ha colpito anche chi prometteva stabilità. Tether, la più grande stablecoin al mondo, ancorata al dollaro, è stata travolta dall’effetto domino. Il valore dei suoi token dovrebbe essere sempre garantito da riserve liquide in grado di rimborsare gli investitori. Tuttavia la legge Genius Act, approvata dall’amministrazione Trump, impone che dal 2027 almeno il 75% delle riserve delle stablecoin sia investito in titoli del Tesoro americano, con l’obiettivo di trasformarle in un canale utile a finanziare il debito degli Stati Uniti. A quel punto, Tether sarebbe diventata di fatto una gigantesca banca ombra al servizio del Tesoro USA.
Questo disegno però si scontra con i numeri reali. Tether ha raccolto circa 200 miliardi di dollari, attirando l’attenzione del sistema bancario e delle autorità finanziarie. Nell’estate scorsa la Banca centrale europea ha avvertito che Tether potrebbe innescare una crisi globale. Il 26 novembre S&P l’ha declassata a livello di titolo spazzatura, sostenendo che in caso di corsa ai riscatti l’azienda non sarebbe in grado di restituire i dollari promessi, poiché ha investito parte consistente delle riserve in asset rischiosi, tra cui 10 miliardi in bitcoin, oggi pari al 5,6% totale. Un ulteriore crollo di bitcoin renderebbe impossibile garantire la parità con il dollaro.
Colpisce inoltre che gli investitori non abbiano mai ricevuto rendimenti: i profitti generati dai titoli americani restavano alla società, alimentando i dividendi miliardari dei due fondatori italiani, ora rifugiati in El Salvador, simbolica capitale del bitcoin. È probabile che Tether verrà salvata, ma resta inspiegabile come un progetto così opaco potesse essere visto come strumento utile per sostenere il debito degli Stati Uniti. Resta infine chiaro che il sistema finanziario americano consideri le stablecoin non solo una minaccia economica, ma un rivale pericoloso nella raccolta globale del risparmio.




